C’erano una volta diapositive e cartoline, ora ci sono gli smartphone e internet. Utili per mostrare in tempo reale, diminuendo quindi l’attesa, dovuta al ritorno a casa e allo sviluppo fotografico, i luoghi che si visitano ed in cui ci si trova. Si è sentito il bisogno di coniare un nuovo termine “geocalizzazione”, strettamente connesso al bisogno di condivisione contenuto nei social network.

Nascono, quindi, delle piattaforme specializzate, come Foursquare e Mobnotes, che si dedicano alla raccolta di queste informazioni. Infatti, l’utente con un’operazione detta check-in è in grado di mostrare ai suoi contatti la sua posizione, oltre che il suo status. I numeri sono altissimi basti pensare che Foursquare durante il periodo estivo ha registrato una media di 10 check-in al secondo. All’interno della piattaforma si può competere con gli altri utenti a chi colleziona più badge (presenze geolocalizzate), un po’ come una volta si collezionavano le figurine, ma in modo più gratificante perché “terminato l’album” si può ricevere delle cariche simboliche, tra cui anche quella di sindaco virtuale di un determinato posto.
Questa pratica sta diventando molto appetibile per i commercianti come un modo di attirare più visitatori e pubblicizzare i propri eventi o promozioni. Ma anche in ambito non profit, si presta molto bene alla valorizzazione di una causa sociale. Infatti, se si uniscono le sue potenzialità a quelle di condivisione su Facebook e Twitter, non sarà difficile ampliare il proprio raggio d’azione, incrementando la possibilità di creare partnership utili per attività di fundraising.  Ad esempio, sfruttando l’elemento dell’acquisto presente nella piattaforma, si possono siglare degli accordi con ristoranti o attività commerciali  disponibili a versare alla non profit una piccola percentuale degli scontrini convalidati da un check-in.
Tutto questo, sembra fantastico, anche se alcuni rimangono perplessi per la violazione della privacy che può comportare. Il dire dove ci si trova può essere rischioso (ladri in casa, malintenzionati che ci raggiungono ecc.) è vero, però a nostro parere quello che deve cambiare è il modo di formare l’utente. Bisogna insegnargli  a generare una condivisione consapevole, decidendo cosa condividere, ma soprattutto con chi e perché.
 

 

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